008_playlist

PLAYLIST PER IL DISAGIO ACCADEMICO 
(Playlist for academic turmoil)1

Emanuele R. Meschini 

INTRO 

Il complesso Mark Fisher. Potrebbe essere quasi teorizzato/teorizzabile. Il sociologo inglese, infatti, nel momento in cui aprì quel blog/scrigno culturale che risponde al nome di K-punk, disse che il dottorato e la sua competizione avevano in un certo senso prosciugato e inaridito la sua scrittura, la sua curiosità, la sua voglia di mettere in gioco la critica come strumento per la creazione di senso. K-punk lo ha liberato. Da lì ha creato quell’osservatorio fantastico in cui Kubrick e la musica dub sono scientificamente validi nel momento in cui l’analisi sull’eco (il riverbero della musica dub) corrisponde allo spettrale che infesta senza mai rivelare la sua presenza (Shining). K-punk – e su questo rimando alle pubblicazioni dei testi del blog fatte da Minimum Fax negli ultimi anni – è stata la dimostrazione che un altro mo(n)do culturale è possibile, soprattutto, per il sottoscritto, K-punk ha significato una possibilità argomentativa profonda, intelligente e sensibile a partire dall’ascolto e quindi dalla musica. 

La playlist per il disagio accademico nasce da questo complesso fisheriano dell’inaridimento della ricerca, della sclerosi della scrittura persa in un mondo burocratizzato e davvero poco friendly come, per l’appunto, l’università. Un posto dove forse in pochi vorrebbero stare. Eppure, a me l’università piace, vivo per la ricerca e amo insegnare. Ci abiterei se potessi, o per lo meno ne squatterei la biblioteca. A fronte di questo paradosso, non potevo che non ammettere la tossicità della mia relazione con l’accademia (intesa come mondo istituzionale della cultura), sia per la sua natura intrinseca sia per la mia non-volontà di liberarmene. Poi sulla mia strada è arrivata bell hooks e ho appeso il concetto di relazione – nel senso che me lo ha fatto vedere nelle persone che avevo e ho avuto a fianco – così come il senso dell’abitare e il luogo in cui abitare.   

Quando poi ho incontrato il testo di Fred Moten e Stefano Harvey, The Undercommons, ho trovato il mio metadone e ho iniziato a scalare le dosi. Ho ritrovato le mie parole (scartate dal peer review di turno) ho ritrovato le persone (e non gli acerrimi nemici, compagni solo di graduatoria) ho trovato i luoghi (non le classi in senso politico e in senso ambientale). Ho scoperto quanto la soggettività può essere, usando le loro parole, under-accademica e, da questo posizionamento, ho ricominciato a scrivere, respirare e ascoltare.

Ed ecco dunque da dove nasce questa playlist. Affinché sia comprensibile a tuttə, il disagio di cui voglio parlare è inteso come una situazione comune. Tuttə ne abbiamo uno. Il mio è indirizzato all’università perché con essa ho instaurato un rapporto tossico. Anzi con esso. Voglio usare il maschile per l’università in questo caso, perché la mia tossicità è quella di un rapporto padre-figlio inespresso. Però, come direbbero gli Oasis “Don’t look back in anger”, ovvero, non guardo al passato, a ciò che è passato, con rabbia o pulsione di possesso come se potessi aver avuto il passato stesso, ma guardo a ciò che mi è stato fatto – e questo è un insegnamento del mio psicoterapeuta  Filippo Rametta – pensando a ciò che posso fare con quello che mi è stato fatto. E quello che posso fare è, per cominciare, una playlist. 

La playlist per il disagio accademico deriva poi da una pratica (credo comune a moltə) scaramantica e motivazionale che facevo prima di ogni esame. Mi costruivo una playlist specifica e mirata. Ascoltare il punk significava entrare con rabbia e rivendicazione, ascoltare il trash metal significava “Kill ‘em all” (Metallica), ascoltare l’hip hop significava entrare, per dirla come Masito Fresco, con il “lessico eclettico”, ascoltare le hit della Trojan Records significava che avevo già fumato e che quell’esame sarebbe stato tutto un “Guns of Navarone”(Skatalites). Quindi bene.

Lo facevo scaricando canzoni con eMule, con il computer che restava acceso tutta la notte come fossi un miner di blockchain. Poi mettevo tutto su mp3. Niente riproduzione casuale o “creata per te” niente wrapped dell’anno passato. Niente Best Of. Ogni canzone aveva un suo significato fondamentale. Nel 2005, presentarsi all’esame di Storia del Cristianesimo e delle Chiese dopo aver ascoltato Verano Zombie del TruceKlan, aveva un peso specifico. Era il mio mantra di ribellione tra un Sant’Agostino e un Origene, pensando a Metal Carter. 

Non ci sono generi né discipline quindi la playlist è fatta di salti, solo il suo contenuto (la tossicità nella quale siamo intrappolati o con la quale abbiamo scelto di vivere) rimane il sottofondo. A volte le canzoni sono solo un pretesto, a volte hanno un’analisi maggiormente semiotica (non come disciplina ma come modalità) ma comunque resta una soggettività e l’urgenza (personale). Tuttə possono aggiungere, prendere, discutere, dissentire, ascoltare. Da un punto di vista dei pronomi, ho cercato di usare il più possibile l’italiano inclusivo mentre nelle diverse canzoni della playlist non adotto nessun criterio particolare usando maschile e femminile, plurale e singolare allo stesso tempo. La scelta è voluta e deriva dalla comunanza fraterna del disagio e dalla volontà di un dialogo diretto  Se volete contribuire alla playlist del disagio accademico scrivete pure a: redazione.kin@gmail.com

1_Significato secondo ChatGPT:
Traduzione: “Playlist per il turbamento accademico”
Significato: “Playlist for Academic Turmoil” suggerisce una raccolta di brani musicali selezionati per accompagnare o esprimere un senso di sconvolgimento, agitazione o confusione legato all’ambito accademico. Potrebbe essere una lista di brani che gli studenti universitari creano per affrontare lo stress degli studi, o che un docente crea per riflettere sulle sfide e le complessità della vita accademica. In generale, la playlist riflette un certo stato d’animo o tema legato all’ambiente accademico.

Leggi il resto dell’articolo – Do you really want to hurt me – Culture Club, 1982(o della relazione tossica con l’università) – qui