009_playlist – Dinosaurs Will Die

La playlist per il disagio accademico nasce dal complesso fisheriano dell’inaridimento della ricerca, della sclerosi della scrittura persa in un mondo burocratizzato e davvero poco friendly come, per l’appunto, l’università.
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Dinosaurs Will Die – NOFX – (la nostra speranza)

Dinosaurs will slowly die
And I do believe no one will cry
I’m just fucking glad I’m gonna be
There to watch the fall

Il punk – come altre culture abitative del margine – lo insegna. Si può e si deve essere contro senza che questo comporti il dover combattere usando le stesse armi del nemico. Soprattutto senza che questo comporti il combattere e l’uso stesso delle armi con la conseguente ostentazione soverchiante.

Come noi, anche i NOFX, hanno sempre considerato di avere una missione – o comunque  di svolgere un compito – quello di mantenere insieme una scena (quella punk) cercando di portarla avanti contro le logiche delle case discografiche commerciali e del mainstream. I loro dinosauri hanno creste e borchie mentre i nostri si camuffano. A volte si abbeverano alla nostra stessa fonte ma solo per ascoltare quello che diciamo. In realtà non stanno bevendo. Si bagnano solo le labbra perché hanno paura che la nostra acqua sia contaminata. Si tratta di essere consapevoli, di sapere che l’estinzione è una possibilità, una di quelle che, tu ed io, guarderemo senza versare lacrime. E non perché questo mondo/modo ci ha resi duri cancellando ogni forma di empatia, bensì perché staremo festeggiando e non ci sarà spazio per i rimpianti. I dinosauri si estingueranno e forse, tu ed io, per una volta lasceremo da parte la necessità dello scavo come modalità di ricerca, di sapere. Forse, insieme decideremo che un certo passato può essere tranquillamente obliato. Forse, per una volta, saremo noi ad usare l’archivio come arma politica. Qualcuno dirà che siamo oscurantisti, cancellatori, censori. Chi dirà questo lo farà perché la paura di scomparire sarà per la prima volta più forte di quella volontà di far scomparire portata avanti per generazioni. Più forte di tutti i tentativi fatti per allontanarci, infantilizzarci con mansioni calibrate al ribasso e patologizzarci spiegando(si), così, la nostra differenza. Metafora organica di un corpo universitario che, per volersi sano, deve estirpare il cancro che rappresentiamo. Levare l’appendice prima che diventi peritonite. Tu ed io, così come i nostri fratelli e sorelle non-sanguini che per anni hanno condiviso la mensa della casa famiglia, non applichiamo le loro stesse logiche. Ed è questo che fa più paura. I dinosauri non saranno esposti, non saranno classificati, non saranno odiati. Saranno lasciati lì dove sono morti, in quelle aule magne in cui l’unico suono ridondante è quello di dita che picchiettano su tastiere a cospetto di bocche rese passive. In quei silenzi assordanti di studioli in cui il ricevimento studenti è inteso come ricevimento regale al quale portare doni e presentare sottomissione. Noi non cancelleremo nulla, ma non esporremo. Non ci sarà nessun Museo della Preistoria. Questo perché non siamo ideologici né idolatri ma semplicemente iconoclasti, irrapresentabili. Non esporremo le loro ossa perché sappiamo che ogni costruzione reliquiaria comporta una santificazione. Non esporremo nel limite in cui sappiamo che in ogni costruzione dell’idolo coesiste il suo abbattimento. Entrambi sono momenti di euforia e forza collettiva che loro non meritano. Non faremo nulla che possa, anche solo per un momento, portare ad una rilettura esalata dei tempi che furono. Lasceremo tutto sotto terra, in quel tunnel che abbiamo vissuto e abitato e nel quale ospitiamo ancora tutti i nostri affetti. Non usciremo mai da quella dimensione perché a quella dimensione abbiamo dato un senso e una dignità più forte di tutto quello che ci può essere al-di-fuori. L’estinzione del Tyrannosaurus rex, con i suoi arti anteriori troppo corti per prendere effettivamente qualcosa ma con la mascella troppo potente per distruggere ogni cosa (a parole), sarà l’incipit dei nostri racconti. Il “c’era una volta” che non ha nessuna tensione escatologica o teleologica. La nostra storia processuale non deve redimerci, semplicemente perché non abbiamo nessuna colpa e nessun peccato da espiare. Non ricalcheremo trame bibliche di resurrezione, attesa messianica e fedeltà. Non siamo mai stati una setta ma un canile, una casa famiglia, un centro di accoglienza. Siamo stati anche noi vicini all’estinzione ma abbiamo superato l’era glaciale stando vicini e scaldandoci a vicenda, facendo fuoco con tutti quei paper di fascia A non accettati dalle commissioni.

Quello che non dovremo mai dimenticarci è che noi non siamo dei sostituti e non siamo stati tenuti in disparte. Noi abbiamo seguito altre strade e non torneremo indietro per banchettare sui resti e mangiare gli avanzi. Non abbiamo mai creduto nelle teorie cospirazioniste delle grandi sostituzioni e quindi noi non “torneremo”. Non ci siamo mai allontanati, siamo sempre stati lì, solo che vivevamo di notte quando la biblioteca chiudeva e staccavano le macchinette del caffè. L’università è il nostro orizzonte nel limite in cui è inteso come luogo del sapere, non del contratto precario e dell’assistenza alla didattica. Non dell’eterna anticamera. Non della fossilizzazione o del fossile.

ERM