009_playlist – Drain You

La playlist per il disagio accademico nasce dal complesso fisheriano dell’inaridimento della ricerca, della sclerosi della scrittura persa in un mondo burocratizzato e davvero poco friendly come, per l’appunto, l’università.
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Drain You – Nirvana (risucchiato dall’accademia)

One baby to another says: “I’m lucky to have met you”/I don’t care what you think unless it is about me/ It is now my duty to completely drain you/I travel through a tube and end up in your infection

Quel baby che parla è l’università. È ovviamente felice della sua pozione di assoluto sfruttamento non produttivo di sapere. Dalla sua posizione di smistamento di corpi/forza lavoro è felice di aver incontrato un altro/altra baby come te e me che facciano ricerca per loro portando il fardello dello scavo e lo sporco della miniera in faccia e nei polmoni.

L’università è così candida, e noi così sporchi, da dirci direttamente in faccia – dopo averlo messo a bando su di una piattaforma ministeriale – che non gliene frega niente di quello che pensiamo a meno che non riguardi lei. Lui, nello specifico del potere, più che dell’istituzione che condivide nella lingua italiana la forma femminile che, in questo caso, andrebbe “inclusa” al maschile per mostrane il portato distruttivo. Non gliene frega nulla di quello che pensiamo a meno che non sia un pensiero su di lui – potere universitario – e noi del resto smettiamo di fare ogni cosa per concentrarci sulla ricerca di quel potere. Tu ed io abbiamo vissuto a lungo, mettendo in stand by le nostre ricerche e insegnamenti, alla ricerca di un posto, di un assegno, di un dottorato (dislessici della nostra stessa ricerca che a forza di salti hanno iniziato a confondere le lettere). Così facendo, tra le altre cose, siamo diventati concorsisti bulimici, maghi delle piattaforme istituzionali. Anzi siamo diventati, tu ed io, il prompt grazie al quale le piattaforme vengono create. Abbiamo inserito “auto sfruttamento al ribasso” come dato di default e poi è venuto il seguito. Quel dato al ribasso era richiesta d’amore ad una madre e un padre distratti e anaffettivi che non riuscivano ad interessarsi a noi. Né quando recitavamo la poesia aneddotica di Natale davanti a parenti mai visti, né quando con la stravaganza del momento facevamo una ruota interdisciplinare in salotto con il rischio di far cadere quei piatti da portata, mai usati per noi, sempre in attesa del magnifico rettore. Casomai venisse a cena.

L’università va poi avanti dicendoci che adesso è suo compito – una volta che siamo entrati anche solo con la punta di un piede – risucchiarci. Ha viaggiato dentro un tubo, catodico, una siringa, un sondino per l’alimentazione, un cavo ethernet, ed è diventata la nostra infezione. È qui che il nostro essere patologizzati scopre il suo rimosso originale. Non siamo stati noi. Qualche proibizionista – o qualche sociologo che crede nella teoria del degrado delle cosiddette finestre rotte – direbbe che non dovevamo accettare quella prima sigaretta perché è così che siamo arrivati all’eroina. Ma quella prima sigaretta l’abbiamo girata con le pagine dei libri che abbiamo amato. È questo il nostro dipendere, non la nostra dipendenza. Qualcuno poi ci ha venduto l’eroina – sprovveduti noi ad aver accettato – ma, come recita Laurence Fishburne nel film Boyz in da hood, non siamo stati noi a portare la droga nel quartiere. Noi non abbiamo tutti quei soldi per produrla e raffinarla. Al massimo la spacciamo. Noi, però, siamo quelli da colpevolizzare. Dovrebbero legalizzare il nostro sapere e invece ci dividono in bande dalle bandane colorate per farci ucciderci nelle nostre stesse strade. Davanti a casa tua. Lì, ti faranno trovare il mio corpo. Ti diranno che non ho capito contro chi avevo a che fare. Ti diranno, anche, che la prossima/il prossimo sarai tu.

E cosa farai di quel mio cadavere? Monito o incitamento?

Ricordati che ti hanno risucchiato tutto e sei finita/finito nel tubo infetto. Ricordati che da anni vivi nel tuo tunnel e non puoi reggere la luce del sole. Allora chi chiamerai dopo anni di isolamento? Con chi parlerai della mia morte? Con chi ti unirai per chiedere giustizia?

Il mio corpo diventerà freddo, la mia faccia livida e allora sarà solo un monito. Neanche un ricordo. Un avvertimento a non andare oltre, a non sfidare. E la mia morte, sarà doppia. Quando toccherà a te, affinché il tuo corpo venga portato in processione da un corteo di jihadisti che mostrano la tua foto, il mio non deve essere abbandonato alla decomposizione. Lo dovete cannibalizzare ma non in qualità di mio corpo, corpo mio personale, ma perché non deve rimanere niente. Niente per loro. Affinché noi sopravviviamo, le nostre cerimonie funebri devono durare un intero anno accademico perché chi gestisce il lutto gestisce la narrazione e chi gestisce la narrazione gestisce il ricordo. Chi gestisce il ricordo, gestisce gli archivi. E noi che dentro gli archivi abbiamo perso la vista, sappiamo cosa significa essere riportati con un’errata dicitura.

Per questo in vita dobbiamo chiamarci, per nome. Come in Fight Club: “Il suo nome è  Robert Paulsen”. Ripetiamo i nostri nomi, scriviamoli in bigliettini da passarci di nascosto, tatuiamoceli  addosso. Tutto quello che sappiamo è quello che siamo. E noi sappiamo come ci chiamiamo. Non diventare l’assistente X, non essere la contrattista Y, tu che non potrai mai essere l’ordinaria Alfa. Non confondere gli alfabeti. Non parleremo mai la stessa lingua.

L’università è la terra sulla quale vogliamo stare, i nostri nomi sono incisi con le chiavi sui mattoni del chiostro. Le nostre iniziali sono marcate e profonde.

Vicino c’è un cuore.

ERM